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ArciReport Sociale

23/03/2015 10:16
di Paoli

Disponibili al confronto sui temi, ma noi restiamo auonomi

Di Francesca Chiavacci Presidente Nazionale Arci

Da tempo diciamo che il cambiamento di cui ha bisogno davvero il nostro Paese deve avere nei suoi contenuti le istanze di uguaglianza e giustizia sociale, di allargamento dei diritti. Insomma, è un’urgenza la «rimozione (di cui parla l’art. 3 della Costituzione) degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Purtroppo questa urgenza oggi non sempre sembra essere condivisa e considerata prioritaria dal dibattito pubblico, nella politica istituzionale con molta fatica si fa spazio, e le rappresentanze sociali per le quali è un’urgenza molto sentita agiscono in un contesto difficile.In questi giorni ha fatto molto discutere la cosiddetta ‘coalizione sociale’ lanciata dalla Fiom. L’Arci aveva ricevuto una lettera di invito a una riunione che avrebbe discusso di programmi e obiettivi comuni. L’incontro si è svolto a porte chiuse il 14 marzo scorso nella sede del sindacato dei
metalmeccanici della Cgil e sempre su questo tema parteciperemo il prossimo 23 marzo a Firenze ad un incontro pubblico. Crediamo che le ragioni del gran polverone sollevato siano dovute in particolar modo al trattamento e alla gestione mediatica della notizia, che hanno prodotto uno schiacciamento della questione sul risvolto ‘elettorale’ che una simile iniziativa avrebbe potuto comportare.
Per quanto ci riguarda, abbiamo accettato l’invito a partecipare e ad ascoltare le proposte che sarebbero state e verranno avanzate. Come sempre, abbiamo ribadito e ribadiremo che siamo una associazione culturale, di carattere popolare, di sinistra. E ancor prima ci teniamo a riaffermare che il principio base a cui ispiriamo la nostra azione è l’autonomia. Di questa autonomia siamo gelosi, perché ci ha consentito di sviluppare l’esistenza dell’Arci nel segno dell’unità tra sensibilità diverse, di essere un soggetto radicato nei territori, di essere un’organizzazione inclusiva di tutte le opinioni che attraversano il pensiero e le pratiche di sinistra del nostro Paese. Ed è sulla base di questo assunto che in questi anni e per il futuro partecipiamo e parteciperemo a reti e alleanze che presentano sul piano dei contenuti punti di comune interesse con altre organizza zioni. Il nostro ruolo è quello di diffondere cultura, e in particolare cultura dei diritti
e della giustizia sociale. Con questo spirito proseguiremo la nostra azione. Siamo interessati (come sempre facciamo anche con altri soggetti su singole campagne) a prendere parte a tavoli, sedi, occasioni, iniziative che possano essere foriere di una diffusione dei nostri contenuti nella società italiana. Ma questo, per noi, non può tradursi in una sorta di chiusura in recinti o particolari collocazioni, o, peggio, farci cadere in una logica di schieramento perché significherebbe limitare la nostra natura di soggetto indipendente e plurale.
Allo stesso tempo ci sentiamo di ribadire con forza che appare un’operazione rischiosa contrapporre il ruolo delle forze della società a quello dei partiti. E per questo non siamo interessati a nessun progetto che abbia finalità elettorali, che consideriamo velleitarie e dannose per il nostro associazionismo. Siamo disponibili a discutere, siamo disponibili a partecipare ad un ragionamento teso a rendere più forti pensieri e pratiche di sinistra rinnovati e capaci di
aggregare, ma non siamo disposti a sposare proposte che rischino di trasformare il nostro prezioso ruolo di promozione sociale e culturale o di precluderci la nostra possibilità e capacità di interlocuzione,
nella nostra autonomia, con partiti e istituzioni… e vigileremo, come sempre, affinchè questo non avvenga.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.