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23/03/2015 12:15
di Paoli

‘Esiste una terza via tra oscurantismo e autoritarismo’. Tunisi si prepara ad accogliere il Forum Sociale Mondiale

Di Raffaele Bollini

Tunisia e Grecia dimostrano che esiste una terza via fra oscurantismo e autoritarismo». Ce lo dice Messaoud Romdhani, direttore del Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali. «Siamo due piccoli paesi – spiega – in Tunisia la transizione democratica va avanti, fra mille difficoltà, grazie al contributo decisivo della società civile democratica. E ora la Grecia per noi è una ulteriore speranza», e aggiunge «anche in Europa è possibile una opzione diversa dai razzismi e dalla dittatura dei mercanti». La Rete Euromediterranea per i Diritti Umani ha riunito in Tunisia il suo comitato esecutivo, di cui l’Arci fa parte,per l’ultima riunione prima dell’Assemblea Generale che si terrà a Bruxelles a metà giugno. L’assemblea di giugno si concentrerà sulle sfide del futuro. Uno dei focus sarà come fermare la crescita esponenziale di violenza estrema nella regione. Si affronterà il nodo cruciale delle frontiere. Si avvierà un lavoro permanente contro le discriminazioni. La rete si attrezzerà ad intervenire sulle misure antiterrorismo, che sono tornare priorità ovunque e nascondono pericoli per le libertà e i diritti. A Bruxelles verrà anche lanciata la sfida all’Unione Europea, che comincia la revisione della sua politica di vicinato con un documento inaccettabile, le cui uniche priorità sono: libero commercio, privatizzazioni di trasporti ed energia,
terrorismo e migrazioni. La riunione di Tunisi è stata anche l’occasione di un incontro con la sede tunisina della Rete Euromed – con la quale collaborano anche Arcs e il gruppo di lavoro migranti – che sta assumendo un importante ruolo di servizio nel coordinamento della società civile. L’opposizione all’approccio neoliberista e securitario dell’Unione Europea rimane al centro del dibattito dei democratici
tunisini, che si trovano a combattere non solo le minacce interne e regionali ma anche le politiche europee. La sede tunisina della Rete Euromed sta realizzando un progetto di rete regionale, finalizzato a rendere più solida la collaborazione fra società civile democratica
nazionale e regionale, e più efficace il suo lavoro. «Vogliamo essere più capaci di proporre alternative, e di aumentare la nostra capacità di mobilitazione» ci spiegano. Hanno costruito coordinamenti tematici che riuniscono i sindacati, le associazioni, i movimenti informali. Sviluppano piattaforme e piani di azione. E lavorano in sieme con campagne e pressione politica. Anche qui fra le priorità più importanti
c’è l’opposizione agli accordi di libero scambio approfondito che l’Unione Europea sta imponendo, con una relazione bilaterale, ai paesi del Maghreb e del Mashrek. «Loro ci vogliono prendere uno ad uno per farci più deboli, se noi lottiamo in sieme abbiamo più forza» ci dicono. Altro focus prioritario, ovviamente, è la migrazione. Si oppongono all’approvazione della Tunisia all’accordo perla mobilità con la UE. Chiedono una consultazione ampia della società civile. Vogliono qualche risultato concreto: allargare il più possibile la concessione dei visti – in modo che possano beneficiarne non solo i benestanti, ed escludere i migranti di paesi terzi dagli accordi di
riammissione – per evitare che ne siano vittime chi scappa da guerre e dittature. Un altro gruppo tematico lavora sulle questioni di genere, perché il Parlamento approvi un progetto di legge organica contro la violenza sulle donne e sui bambini. La rete giustizia sta monitorando la legge antiterrorismo in discussione e nel frattempo ragiona sulla situazione carceraria e sulle alternative al carcere. Una delegazione della Rete Euromed Tunisia sarà a Roma a metà aprile. La visita sarà organizzata dall’Arci. Incontreremo ministeri e parlamentari per sottoporre i loro dossier riguardanti la questione migratoria e gli accordi di libero scambio. Alla delegazione parteciperà, oltre al sindacato, anche il leader del Forum dei Diritti Economici e Sociali Abderrahmane Hedilhi, che ha fatto parte del quartetto di esponenti di società civile che ha risolto il drammatico stallo istituzionale durante la scrittura della nuova Costituzione. Abderrahmane coordina anche il Comitato Organizzatore Tunisino del Forum Sociale Mondiale, che ormai è alle porte. Sono tutti al lavoro. Con pochi soldi e moltissimo volontariato, si apprestano a realizzare un altro appuntamento cruciale per le forze democratiche e progressiste della regione. Sono ottimisti, arrive ranno 70mila persone. I giovanissimi che lavorano nell’ufficio tunisino della Rete Euromed lo attendono con ansia: ci raccontano che, dopo i movimenti spontanei a cui hanno partecipato nel periodo rivoluzionario, è stato proprio il
lavoro da volontari nel Forum del 2013 a stabilizzare il loro impegno militante e a cambiare loro la vita. Vivono in una regione infuocata, i democratici tunisini. Ai loro confini c’è la Libia con la guerra civile e gli orrori del Califfato. E nel paese i pericoli sono tanti. Ma, a differenza che a casa nostra, dove vince la propaganda isterica, i tunisini sembrano sereni e seri. Fanno quello che possono, per difendere la loro complessa via democratica. Ce lo ha confermato anche il Primo Mi nistro Habib Essid, nell’incontro con la Rete Euromed. «Sappiamo che la vera sfida è nel creare lavoro in questo paese – ci ha detto – abbiamo un tasso molto alto di disoccupazione – lo stesso della Spagna del resto, quindi mi capirete». Il paragone fra la crisi economica tunisina e quella europea viene ripetuto più volte dal Primo Ministro. Come a segnalare che non abbiamo niente da insegnare, noi europei. Forse qualcosa hanno loro da insegnare
a noi, nonostante questo governo non sia certo di sinistra. Ad accompagnarci nella visita ufficiale c’era Kamal Jendoubi, esponente storico dei democratici tunisini e ex-presidente della Rete Euromed. Ora è ministro incaricato della relazione con la società civile. E il capo del Governo ha ripetuto più volte che la chiave del loro programma sta nel dialogo sociale. Anche se fosse solo narrativa, era piacevole sentirlo dire.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.