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ArciReport Politica estera

23/03/2015 11:42
di Paoli

Israele sceglie la destra. Il risultato elettorale allontana il processo di pace con la Palestina

Di Franco Uda, coordinatore commissione Nazionale Arci Pace, solidaietà internazionale e cooperazio

Benjamin Netanyahu ha indiscutibilmente vinto le elezioni in Israele, e questa vittoria è tanto più importante, per lui e per il «suo Likud», quanto più la si considera all’interno delle fallaci previsioni iniziali, che, a soli 3 giorni dal voto, davano favoriti gli avversari del centrosinistra Campo Sionista. Avendo portato a casa 30 seggi sui 120 totali della Knesset, potrà formare, diversamente da
quanto auspicato dal Capo dello Stato Rivlin che puntava su un governo di unità nazionale, un’alleanza governativa di centrodestra che, sulla carta, potrà arrivare a disporre di 67 seggi parlamentari. La sua rimonta è dovuta a uno spregiudicato utilizzo di tutto l’armamentario retorico del radicalismo conservatore della destra sionista unitamente all’errore dei leader del centrosinistra, Herzog e Livni, che hanno accettato di trasformare queste elezioni in un referendum sul premier uscente. È stato abile, Bibi, a puntare tutto sulla sicurezza, vera vincitrice culturale della tornata elettorale, facendo leva sui
sentimenti di paura della società israeliana, da tempo alimentati e coccolati dalla destra del Paese, per mettere sotto il tappeto il tema della crisi economica, che da diversi anni morde il tessuto della middle class. Israele continuerà ad affrontare i suoi demoni come un
Paese che si sente accerchiato, in trincea, una sorta di Sparta superarmata che fa della paura qualcosa di più di una linea di governo, con buona pace del riconoscimento dello Stato di Palestina, dei negoziati per il processo di pace, per lo stop agli insediamenti nella West Bank. Tuttavia Netanyahu per raggiungere questa corposa quota di maggioranza dovrà portare con sè anche qualche ospite scomodo, come gli ortodossi sefarditi di Shas e United Torah Judaism, partiti che faranno pesare le proprie ‘cambiali politiche’ nel futuro governo. La novità elettorale viene dalla Lista Unita dei 4 partiti arabi israeliani che, raggiungendo i 14 seggi, risulta la terza forza del Paese e si appresta a svolgere il proprio ruolo come forza di opposizione. Questo scivolamento a destra del baricentro politico in Israele avrà delle conseguenze importanti nel processo di pacificazione con la Palestina, nei delicati equilibri dell’area mediorientale, nella comunità
internazionale. La netta contrarietà di Netanyahu alla formazione di uno Stato Palestinese, così come auspicato e chiesto da una buona parte della comunità internazionale, porrà i Palestinesi di fronte all’improrogabile necessità di una loro unità politica, visti i commenti post elettorali molto differenti che vi sono stati tra Anp e Hamas. La scelta di una «intifada diplomatica», così come già la si denomina a Ramallah, sembra l’unico spazio d’azione possibile, che spaventa molto Israele perchè non riducibile a un braccio di ferro armato di cui già si conoscono gli esiti. La Lega Araba ha già esternato le proprie preoccupazioni rispetto all’esito elettorale soprattutto per
i rapporti tra Israele e i Paesi dell’area, in primis l’Iran. Ugualmente Obama avrebbe preferito un esito differente proprio per le divergenze con Netanyahu sia riguardo il processo di pace israelo-palestinese sia per le relazioni tra Tel Aviv e Teheran. Da parte della società civile internazionale si deve sicuramente procedere con la pressione per il riconoscimento dello Stato di Palestina, per l’interruzione
dei rapporti militari e di commercio di armi con Israele, per delle campagne di boicottaggio dei prodotti provenienti dalle
colonie in Cisgiordania e per un’azione più decisa di solidarietà internazionale e di cooperazione col popolo palestinese.
L’Arci, preoccupata per l’esito elettorale, potrà fare la propria parte, insieme ad altri, in questo difficilissimo passaggio, capitalizzando le proprie buone relazioni con la società civile palestinese e israeliana che non si arrendono alle logiche contrappositorie che sembrano dominare nelle scelte degli israeliani.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.