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23/03/2015 13:00
di Paoli

L’Antimafia che fa fatica e non fa affari

Di Salvo Lipari, presidente Arci Sicilia

Dieci ettari di terreno confiscati a Giovanni Marino, nipote di Luciano Liggio.È il 1999 quando l’allora sindaco diCorleone, Giuseppe Cipriani, decide di assegnarli alla cooperativa Lavoro e non solo dell’Arci. Comincia allora un percorso di fatica, di risposta ad attentati e
intimidazioni e di lotte condivise con chi nel paese ha scelto di stare dall’altra parte della barricata. E comincia un cammino che ha portato da tutta Italia a Corleone migliaia di ragazzi che hanno imparato a ‘sudare’, a lavorare una terra tolta ai poteri criminali e a riportare nei loro territori il senso di una battaglia concreta. Estate 2013. A Librino, periferia di Catania, l’Arci decide di giocare una partita importante in un quartiere segnato dal degrado ma anche da una grande voglia di riscatto. Lo fa mettendo in piedi un campo estivo che punta al recupero di una struttura sportiva e lo fa coinvolgendo i ragazzi di quel territorio. In questi decenni la Carovana antimafia dell’Arci e di Libera ha toccato centinaia di località e coinvolto migliaia di persone. Decine e decine di associazioni, movimenti, scuole, pezzi consistenti della società civile hanno lavorato e continuano a lavorare per opporsi a mafia, corruzione e malaffare. Ogni giorno e quasi sempre senza clamore. Realtà come quella del Centro Olimpo di Palermo, in cui 34 persone hanno deciso di sfidare tutto e tutti e, grazie a una collaborazione virtuosa con istituzioni e associazioni, hanno fondato una cooperativa per riaprire il
supermercato confiscato in cui lavoravano, sono l’esempio che uno scenario diverso è possibile. Ma di esempi così se ne possono fare centinaia. L’arresto di Roberto Helg ha scatenato un dibattito anche aspro ma a tratti superficiale sull’antimafia vera e quella di facciata. Un dibattito che torna cicli camente, da Sciascia in poi, e che rischia di confondere tutto, di riempire a caso un grande calderone. Negli ultimi decenni c’è stato un proliferare di protocolli di legalità, accordi, intese. C’è chi, per fortuna una minoranza, ha utilizzato  l’etichetta di antimafioso per continuare a fare affari, a mantenere rapporti, ad alimentare un sistema illegale. C’è un pezzo della politica che dietro il paravento dell’antimafia prova, nel migliore dei casi, a nascondere la propria incapacità di governare, di gestire i processi, di dare risposte, e nel peggiore a coprire i propri rapporti con pezzi di potere quanto meno discussi. Tutto questo può dare un colpo mortale al movimento antimafia ma può anche essere, al contrario, una scossa più che positiva. Per fare autocritica, per capire dove si è sbagliato soprattutto per ritrovare una capacità di analisi e selezione che una volta apparteneva ai soggetti organizzati della società. Non si può delegare solo alle forze dell’ordine e alla magistratura il compito di individuare le mele marce. Abbiamo rinunciato a scavare nella complessità, a esaminare a fondo e conoscere i territori. Ma abbiamo anche rinunciato a fare i conti con un fatto assolutamente non nuovo. C’è da sempre un pezzo della borghesia palermitana e siciliana che ha scelto da che parte stare e che tipo di potere esercitare. Magari celando i propri comportamenti dietro un paravento di antimafiosità. Fare finta di non saperlo è ipocrita. Tutto questo però non può consentire di buttare il bambino con l’acqua sporca. Lo dobbiamo a chi in questi anni ha provato a comporre un puzzle che diventa via via più grande e che continua a farlo, seppure con limiti ed errori frutto anche di ingenuità. Un esempio per tutti: non si può dare addosso a Addiopizzo per aver firmato il protocollo con Confcommercio e dimenticare un impegno paziente che in tutti questi anni ha dato coraggio a moltissimi imprenditori e imprenditrici. L’impegno dell’Arci e degli altri movimenti e associazioni che hanno condiviso e condividono importanti pezzi di strada dovrà essere quello di non consentire mstrumentalizzazioni e semplificazioni e di continuare ogni giorno a costruire quel puzzle, con fatica, sacrifici e scelte di vita non semplici.

 

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.