Nasce il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Di Alfredo Gandi Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale si è presentato pubblicamente nell’Assemblea nazionale del 9 marzo su modifiche della Costituzione e legge elettorale. La Costituzione della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, può essere aggiornata ma con lungimiranza e senza i pasticci con cui si sta procedendo oggi. Tra modifiche della Costituzione e nuova legge elettorale c’è un intreccio e il risultato complessivo è un preoccupante accentramento dei poteri nelle mani del Governo e del Presidente del consiglio, creando di fatto il premierato forte. La modifica dell’articolo 81 della Costituzione fu approvata da un parlamento impaurito con rapidità mai vista, obbligando il bilancio dello Stato al pareggio, contraddicendo perfino la richiesta di flessibilità che il Governo dice di rivendicare a livello europeo. L’approvazione con i 2/3 dei parlamentari del nuovo art.81 ha impedito il referendum, togliendo agli elettori il diritto di esprimersi.La storia rischia di ripetersi. Per questo è necessario che almeno una delle camere non approvi con i 2/3 dei votanti le modifiche della Costituzione in modo da essere certi che ci sarà il referendum. La prima parte della Costituzione che descrive i diritti fondamentali e i valori della convivenza tra i cittadini solo apparentemente non viene toccata. In realtà le modifiche istituzionali condizionano l’attuazione della prima parte. Questa preoccupazione è tanto più valida di fronte ad atteggiamenti politici e a scelte
del Governo che contraddicono proprio i valori costituzionali. Le scelte su Costituzione e legge elettorale rispondono alla volontà del Governo di ridurre la dialettica politica e sociale ad una delega ogni 5 anni.
Non potendo ridurre al silenzio la complessità della società e le conseguenze di una crisi economica e sociale che dura
da 7 anni, che ci ha fatto perdere il 10% del Pil e oltre un milione di posti di lavoro, la scelta del Governo è costruire
meccanismi per imporre le decisioni. In questi mesi ci sono stati episodi illuminanti come l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tornando al licenziamento unilaterale perfino quando sono false le motivazioni. A questo risultato si è arrivati con forzature sul Jobs Act e un esercizio della delega al di fuori del mandato previsto dalla legge. Così è emersa la volontà di procedere
senza un confronto con i sindacati su scelte fondamentali. Il Governo subisce l’influenza dei gruppi dominanti le cui posizioni coincidono con i vincoli europei contenuti nella lettera della Bce Draghi-Trichet e ridisegna una precisa gerarchia sociale e di potere: c’è chi decide e chi deve subire. Dai rapporti con la magistratura alla Rai tv e alla scuola, dal falso in bilancio al rientro dei capitali dall’estero, dalla vendita di aziende pubbliche ai tagli allo stato sociale, tutto è in movimento e un sistema decisionale accentrato
nelle mani del Governo è funzionale ad imporre le scelte. Il Parlamento viene ridotto a ratificare le decisioni. Decreti legge a raffica e voti di fiducia ripetuti a cui si aggiungerebbero percorsi parlamentari preferenziali per le proposte del Governo, da approvare in tempi predeterminati e a scatola chiusa. Non a caso la legge elettorale, figlia del patto del Nazareno, prevede che i deputati siano prevalentemente nominati dai capi partito, malgrado questa sia la censura fondamentale della Corte Costituzionale al ‘porcellum’.
La legge elettorale prevede un forte pre mio di maggioranza al partito vincente, conquistabile anche dopo uno spareggio tra i due meglio piazzati, potrebbe far vincere anche una lista con basse per centuali. Il carattere ipermaggioritario della legge elettorale combinato con le modifiche della Costituzione intacca la sostanza democratica della Costituzione, perché la Camera, così eletta, unica sede legislativa,
consente al Governo di imporre le sue decisioni. Mentre il Senato diventerebbe una sorta di camera che lavora nel tempo libero da altri impegni dei suoi componenti. Definirlo Senato delle autonomie è una presa in giro visto che la modifica del titolo V riaccentra i poteri nelle mani del Governo. Con il nuovo titolo V il territorio potrà essere devastato senza rispetto per le comunità locali. Si può accettare che la sola Camera dei deputati dia la fiducia al Governo, ma il Senato non può essere una finzione e tutti i parlamentari debbono
essere eletti direttamente dagli elettori. Così si provoca un accentramento dei poteri e un pericolo di torsione autoritaria. Il coordinamento vuole difendere diritti costituzionali fondamentali, offrendo un canale di organizzazione a quanti voglio no far sentire la loro opinione. Occorre sottoporre la nuova legge elettorale alla Corte prima che entri in vigore – oggi non è previsto – perché contraddice la sua sentenza sul ‘porcellum’. Occorre costruire l’opposizione alle modifiche della Costituzione, e, se non sarà rima sta altra via, resterà il referendum per bloccare scelte nefaste.

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