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ArciReport Politica nazionale

23/03/2015 12:38
di Paoli

Nasce il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Di Alfredo Gandi Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale si è presentato pubblicamente nell’Assemblea nazionale del 9 marzo su modifiche della Costituzione e legge elettorale. La Costituzione della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, può essere aggiornata ma con lungimiranza e senza i pasticci con cui si sta procedendo oggi. Tra modifiche della Costituzione e nuova legge elettorale c’è un intreccio e il risultato complessivo è un preoccupante accentramento dei poteri nelle mani del Governo e del Presidente del consiglio, creando di fatto il premierato forte. La modifica dell’articolo 81 della Costituzione fu approvata da un parlamento impaurito con rapidità mai vista, obbligando il bilancio dello Stato al pareggio, contraddicendo perfino la richiesta di flessibilità che il Governo dice di rivendicare a livello europeo. L’approvazione con i 2/3 dei parlamentari del nuovo art.81 ha impedito il referendum, togliendo agli elettori il diritto di esprimersi.La storia rischia di ripetersi. Per questo è necessario che almeno una delle camere non approvi con i 2/3 dei votanti le modifiche della Costituzione in modo da essere certi che ci sarà il referendum. La prima parte della Costituzione che descrive i diritti fondamentali e i valori della convivenza tra i cittadini solo apparentemente non viene toccata. In realtà le modifiche istituzionali condizionano l’attuazione della prima parte. Questa preoccupazione è tanto più valida di fronte ad atteggiamenti politici e a scelte
del Governo che contraddicono proprio i valori costituzionali. Le scelte su Costituzione e legge elettorale rispondono alla volontà del Governo di ridurre la dialettica politica e sociale ad una delega ogni 5 anni.
Non potendo ridurre al silenzio la complessità della società e le conseguenze di una crisi economica e sociale che dura
da 7 anni, che ci ha fatto perdere il 10% del Pil e oltre un milione di posti di lavoro, la scelta del Governo è costruire
meccanismi per imporre le decisioni. In questi mesi ci sono stati episodi illuminanti come l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tornando al licenziamento unilaterale perfino quando sono false le motivazioni. A questo risultato si è arrivati con forzature sul Jobs Act e un esercizio della delega al di fuori del mandato previsto dalla legge. Così è emersa la volontà di procedere
senza un confronto con i sindacati su scelte fondamentali. Il Governo subisce l’influenza dei gruppi dominanti le cui posizioni coincidono con i vincoli europei contenuti nella lettera della Bce Draghi-Trichet e ridisegna una precisa gerarchia sociale e di potere: c’è chi decide e chi deve subire. Dai rapporti con la magistratura alla Rai tv e alla scuola, dal falso in bilancio al rientro dei capitali dall’estero, dalla vendita di aziende pubbliche ai tagli allo stato sociale, tutto è in movimento e un sistema decisionale accentrato
nelle mani del Governo è funzionale ad imporre le scelte. Il Parlamento viene ridotto a ratificare le decisioni. Decreti legge a raffica e voti di fiducia ripetuti a cui si aggiungerebbero percorsi parlamentari preferenziali per le proposte del Governo, da approvare in tempi predeterminati e a scatola chiusa. Non a caso la legge elettorale, figlia del patto del Nazareno, prevede che i deputati siano prevalentemente nominati dai capi partito, malgrado questa sia la censura fondamentale della Corte Costituzionale al ‘porcellum’.
La legge elettorale prevede un forte pre mio di maggioranza al partito vincente, conquistabile anche dopo uno spareggio tra i due meglio piazzati, potrebbe far vincere anche una lista con basse per centuali. Il carattere ipermaggioritario della legge elettorale combinato con le modifiche della Costituzione intacca la sostanza democratica della Costituzione, perché la Camera, così eletta, unica sede legislativa,
consente al Governo di imporre le sue decisioni. Mentre il Senato diventerebbe una sorta di camera che lavora nel tempo libero da altri impegni dei suoi componenti. Definirlo Senato delle autonomie è una presa in giro visto che la modifica del titolo V riaccentra i poteri nelle mani del Governo. Con il nuovo titolo V il territorio potrà essere devastato senza rispetto per le comunità locali. Si può accettare che la sola Camera dei deputati dia la fiducia al Governo, ma il Senato non può essere una finzione e tutti i parlamentari debbono
essere eletti direttamente dagli elettori. Così si provoca un accentramento dei poteri e un pericolo di torsione autoritaria. Il coordinamento vuole difendere diritti costituzionali fondamentali, offrendo un canale di organizzazione a quanti voglio no far sentire la loro opinione. Occorre sottoporre la nuova legge elettorale alla Corte prima che entri in vigore – oggi non è previsto – perché contraddice la sua sentenza sul ‘porcellum’. Occorre costruire l’opposizione alle modifiche della Costituzione, e, se non sarà rima sta altra via, resterà il referendum per bloccare scelte nefaste.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.