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ArciReport Cultura

30/03/2015 11:47
di Paoli

La Siae ha un nuovo Presidente

Di Federico Amico, coordinatore Diritti e buone pratiche culturali,educazione popolare.

Vogliamo commentare due notizie di queste settimane che magari sono passate in sordina, ma che possono rappresentare l’apertura di nuovi scenari per il mondo Arci che si occupa di cultura.

Da un lato la designazione a presidente Siae di Filippo Sugar.

Dopo le dimissioni di Gino Paoli da presidente Siae, successive all’inchiesta aperta nei suoi confronti per evasione fiscale, il consiglio di sorveglianza ha designato Filippo Sugar come presidente con 21 voti su 30, avviando un percorso che dovrà passare ora per le commissioni Cultura di Camera e Senato per concludersi con il decreto di nomina, che spetta al Presidente della Repubblica.

Con i suoi 43 anni si avvia ad essere il più giovane presidente nella centenaria storia dell’ente.

Con l’innalzamento della quota di ‘equo compenso’, ovvero il valore economico richiesto ai produttori di dispositivi digitali (telefoni, hard disk, etc.), assieme ad Audiocoop Arci aveva sollecitato il ministro Dario Franceschini a far sì che buona parte di queste risorse fosse impegnata da Siae proprio a sostegno di questo segmento. Ora, con la nuova presidenza, ci impegneremo ancor di più perché questo indirizzo si trasformi in realtà, oltre che a continuare a richiedere con forza un trasformazione di quella che è la più importante società di tutela del diritto d’autore italiana perché avvii una nuova stagione di trasparenza e collaborazione fattiva per la crescita di un settore che può davvero essere il motore per il futuro del nostro paese.

Dall’altro lato, sempre nei giorni scorsi, è giunta al termine la redazione del testo di legge delega C.2617 per la ‘Riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale’.

Ad un’attenta lettura del testo licenziato dalla Commissione Affari Sociali della Camera sembra che il settore più rilevante dal punto di vista della diffusione del no profit italiano, quello culturale (dati Istat), sia relegato alla «valorizzazione e tutela del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale» mentre nulla si dice sull’accesso alla cultura, sui diritti culturali (altrettanto importanti di quelli sociali e civili), sulla promozione e crescita delle capacità culturali, sull’educazione permanente. Ora, pur comprendendo come la legge delega non abbia il compito di declinare l’intero spettro degli ambiti di intervento per il terzo settore che sono invece definiti dalle cosiddette leggi speciali, ma di intervenire sui criteri per il riordino civilistico, normativo e fiscale del settore, resta comunque un alone che sembra confinare a quella declinazione più che parziale l’attenzione a quel mondo ricco, dinamico e numericamente assai rilevante che è il no profit di natura culturale.

Insomma questo importante passaggio legislativo (che prelude ai decreti attuativi che dovranno determinare ancora meglio la fisionomia del terzo settore tutto) crediamo che possa, nella fase di discussione parlamentare in Aula, prima del suo invio definitivo al governo, migliorare e assumere con maggiore chiarezza l’ambito culturale, perlomeno al pari dei servizi alla persona, e quindi non lasci persistere l’idea di uno squilibrio sostanziale della riforma sul solo welfare, classicamente inteso, così da far uscire dal limbo uno dei settori più interessanti e dinamici del terzo settore italiano.

ArciReport, 26 marzo 2015

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.