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ArciReport Sociale

07/04/2015 09:49
di Paoli

La legge deroga sulla riforma del Terzo Settore è sbarcata alla camera. Aspetti positivi e criticità secondo l’Arci

Di Francesca Chiavacci, Presidente Nazionale Arci.

Il disegno di legge delega sul Terzo Settore è sbarcato nell’aula della Camera, e probabilmente verrà licenziato giovedì prossimo. È sicuramente positivo il fatto che questo complesso argomento sia al centro dell’attenzione delle istituzioni. E che l’iter abbia conosciuto anche il confronto attraverso 80 audizioni di esperienze legate al sociale, oltre che alcune significative modifiche nel lavoro della Commissione Affari Sociali. A ciò si aggiunge la volontà di mettere mano, e si spera ordine, nella messe di stratificazioni legislative che fino ad ora hanno contraddistinto la disciplina sul terzo settore. Inoltre la legge delega si occupa dell’istituzione del servizio civile universale. Elemento di non poco conto, che potrebbe rappresentare una felice novità per la società italiana. Anche se va precisato che non si fa menzione della proposta di istituzione dei corpi civili di pace e non sono presenti, a oggi, risorse finanziarie sufficienti per realizzarlo così come viene descritto. Le criticità iniziano quando ci si pongono le prime domande sull’impianto culturale complessivo, su  cosa sembra che la legge delega voglia individuare come ‘sociale’. E questo è il primo aspetto su cui bisognerà tenere alta la guardia.

Auspichiamo e lavoreremo affinché la legge delega disegni dei contorni, dei paletti il più puntuali possibile su ciò che debba essere riconosciuto come ‘fare sociale’. Un altro aspetto importante è il tentativo di armonizzare la legislazione che riguarda questo mondo, partendo innanzitutto dall’esistente, valorizzandone le peculiarità e premiandone la funzione. E per noi sarebbe importante che quest’armonizzazione potesse prevedere l’equiparazione delle agevolazioni previste per le diverse forme organizzative dell’associazionismo (associazione di promozione sociale, volontariato e promozione sportiva). L’aspetto che fino ad ora ci dà più pensiero è l’eccessiva concentrazione del dibattito e dell’attenzione sul tema dell’impresa sociale, aprendo il terzo settore al low profit, e allargandone le maglie e il campo di attività. Per alcuni motivi. Sicuramente perché è molto forte il pericolo che con questa operazione si facciano rientrare nell’alveo del terzo settore realtà che col no profit hanno ben poco a che fare, ma sono interessate a sfruttare i meccanismi del welfare italiano per fare utili. Inoltre non ci sembra che accanto alla legge delega ci sia, per ora,  l’intenzione di alcun impegno finanziario finalizzato al sostegno di una realtà complessa come il terzo settore. Per quanto riguarda noi, l’Arci, la preoccupazione cresce. Perché proprio questa eccessiva concentrazione dell’attenzione sull’impresa rischia di trascurare e marginalizzare l’associazionismo partecipativo e democratico, che la nostra esperienza di promozione sociale rappresenta. La dimensione economica del nostro associazionismo, che è fuori dalla logica del profitto, così come quella di altre associazioni di promozione sociale, non può assolutamente essere assimilata ad altro. La nostra attività di somministrazione ai soci, quella dell’educazione popolare e della socialità,  non può essere considerata come mera attività commerciale. E dunque ci auguriamo che venga confermato e rafforzato il riconoscimento del valore strumentale, legato all’autofinanziamento per il raggiungimento delle finalità di tipo sociale, delle attività economiche delle nostre basi associative. Insomma, con molta attenzione e cautela (si tratta di una legge delega, importanti saranno i decreti attuativi) guardiamo al dibattito del Parlamento; abbiamo sottoposto le nostre proposte di modifica ai parlamentari e speriamo che, se non altro, la discussione istituzionale riporti come priorità dell’agenda politica la valorizzazione e il riconoscimento del Terzo Settore come motore fondamentale per la crescita e la ricostruzione della partecipazione e della democrazia nel nostro paese.

 

ArciReport numero 12, 2 aprile 2015

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.