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ArciReport Cultura Politica estera

13/04/2015 10:06
di Paoli

Il patrimonio culturale appartiene a tutti. Servono azioni volte a tutelarlo

Di Gianluca Mengozzi, Presidente Arci Toscana.

Quando il 12 marzo 2001 a Bamiyan si dissipò la nuvola di polvere ocra prodotta dalle cannonate talebane e le enormi nicchie, che avevano custodito per quasi duemila anni le gigantesche raffigurazioni di Buddha scolpite dagli artisti Lokottaravadin, apparvero desolatamente vuote, la comunità internazionale si accorse che qualcosa di nuovo e terribile era definitivamente successo. L’arte prima delle guerre degli anni ’90 in ex Yugoslavia non era mai stata oggetto di una determinata volontà di distruzione.

Certo, la storia era stata piena delle razzie dello ius predae napoleonico, nazista, o di quello italiano che aveva sottratto gli obelischi nelle colonie. Ma si trattava di altro, di qualcosa che non era mirato alla distruzione delle opere ma alla loro vendita per lucro o al loro violento e primitivo appropriarsene. La sistematica demolizione dei minareti e dei campanili ad opera dei serbi, croati e musulmani di Bosnia, la distruzione delle antiche chiese ortodosse da parte dei miliziani albanesi dell’UCK, posero questioni che non erano state previste dalla convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione del patrimonio storico in area di guerra, scritta dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale. Dagli anni ‘90 l’arte entrava in guerra accanto alla popolazione civile. Si teorizzò la distruzione del patrimonio culturale prima come simbolo dell’appartenenza ad un gruppo etnico e poi, in seguito, come attestazione di idolatria o credenze la cui memoria andava cancellata.

Il 30 marzo scorso l’Arci Toscana in un convegno internazionale organizzato con la Regione nel quadro del programma europeo ENPI T-NET a Firenze ha voluto attualizzare una riflessione su questi temi, anche in seguito alle gravissime notizie che arrivano dalla Siria e dall’Iraq che aggiungono ai massacri della popolazione civile la distruzione del ricchissimo patrimonio storico lasciato dal succedersi di tante civilizzazioni. Il patrimonio culturale è universale, appartiene a tutti. E tutti si sentono offesi nella propria sensibilità, e sgomenti di fronte alle demolizioni dei monumenti antichi operate dalle milizie dell’IS. Ma non si tratta solo delle distruzioni operate da una fanatica e crudele interpretazione dell’Islam, più visibile sui media: i conservatori dei monumenti siriani, iracheni, giordani e libanesi intervenuti al convegno ci hanno riportato le notizie di scavi clandestini e spoliazioni sistematiche dei siti archeologici fatte con la protezione armata delle milizie, senza altro motivo che quello di mettere sul mercato illegale dell’arte bassorilievi, pezzi di mosaico o tavolette cuneiformi. E arricchire gli antiquari criminali che offrono queste opere nelle capitali europee e nordamericane, talvolta trasportate (ed è una denuncia dell’Unesco) anche nelle valigie diplomatiche di funzionari senza scrupoli. Il rappresentante dell’Ufficio Unesco dell’Iraq ha affermato nella sua relazione che è ora di sottoporre ad una profonda revisione la nozione tradizionale di ‘patrimonio dell’Umanità’: non va protetta solo l’eccellenza, i grandi musei o i monumenti, perché da una lato se ne fanno dei simboli la cui distruzione dà ai criminali il risalto mediatico cercato, e da un altro, concentrando l’attenzione solo sui grandi siti, diminuisce il controllo del patrimonio solo in apparenza minore diffuso sul territorio. Nel convegno si è affermato che è l’ora di mettere definitivamente in crisi i principi usciti dal secondo conflitto mondiale e dare finalmente voce a chi per difendere il patrimonio storico dalle nuove barbarie rischia ogni giorno la vita, mettendo al centro dell’azione le sapienze accumulate in anni di sacrifici da persone che in prima linea difendono l’arte, e con essa il diritto dei popoli e delle future generazioni alla storia e alla cultura.

Gli ospiti esteri al convegno fiorentino ci hanno chiesto che l’Arci si faccia promotrice di una azione congiunta delle associazioni culturali italiane presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale perché siano stanziati fondi per azioni di aiuto volte alla tutela del patrimonio storico in aree di conflitto e di crisi socioeconomica. Crediamo sia necessario procedere subito.

ArciReport, 10 aprile 2015

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.