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ArciReport

13/04/2015 10:31
di Paoli

La campagna di solidarietà #IOSTOCONVINCENZO

Nata a Palermo per sostenere il socio Arci Vincenzo Rao, accusato di diffamazione.

Si chiama #IOSTOCONVINCENZO la campagna di solidarietà nata a Palermo e presto diffusasi in tutta Italia per raccogliere fondi e scambiare informazioni in merito al processo per diffamazione a Vincenzo Rao, socio del circolo Arci ‘NZocchè di Palermo.

La vicenda ha inizio nel 2007, quando un’insegnante di Palermo viene denunciata dai genitori di un suo alunno perché gli aveva fatto scrivere sul quaderno per 100 volte «sono un deficiente». L’insegnante spiegò che aveva voluto punire il suo alunno perché aveva impedito ad un compagno di classe di entrare nel bagno dei maschi definendolo gay e femminuccia.Questa vicenda processuale attirò l’attenzione della stampa e diversi furono gli attestati di solidarietà nei confronti dell’insegnante, tra questi, il sit in davanti al Tribunale di Palermo nel giorno della sentenza organizzato dall’associazione omosessuale di Palermo Articolo Tre. L’insegnante venne assolta in primo grado e la stessa associazione diramò un comunicato di grande apprezzamento nei confronti della sentenza, che evidenziava i limiti di un sistema scolastico impreparato e non di rado indifferente nell’affrontare i fenomeni di bullismo, soprattutto quelli a sfondo omofobico. Il dottor Ambrogio Cartosio, nelle funzioni di Pubblico Ministero, scriveva un atto di appello contro la sentenza di assoluzione ed anche questo balzava agli onori della cronaca, perché si leggeva che i metodi educativi dell’insegnante palermitana erano da paragonare a metodi da rivoluzione culturale cinese del 1966 e che «è nozione di comune esperienza che i giovani, dai più piccoli ai più grandi, e in tutte le aree geografiche d’Italia sono soliti apostrofarsi reciprocamente (e, spesso, semplicemente per scherzo) con espressioni omofobiche. Si tratta di un’abitudine non commendevole, quanto largamente diffusa e si può anche dire largamente tollerata dalla società». In seguito ai comunicati e alle dichiarazioni di sdegno anche da parte di illustri esponenti del movimento LGBT nazionale e di parlamentari, l’associazione Articolo Tre diramava un comunicato in cui scriveva che «la nostra associazione esprime profonda indignazione, non per il legittimo diritto al ricorso in appello, ma per la grettezza machista, omofoba e misogina che costituiscono l’impianto ideologico su cui si fonda tale ricorso».

Questi elementi spingeranno il dottor Ambrogio Cartosio a sporgere denuncia per diffamazione: il processo viene istruito contro Vincenzo Rao, all’epoca dei fatti membro del direttivo dell’Associazione Articolo Tre, ed in primo grado (il 19 maggio del 2014) viene emessa una sentenza di condanna dal Tribunale di Caltanissetta a 4 mesi di reclusione, al pagamento delle spese processuali e ad un risarcimento danni da quantificare in sede civile su una richiesta della parte lesa di 30mila euro. Il giudice monocratico motiva questa condanna perché considera il comunicato un mero attacco personale nei confronti di un nemico giurato della propria ideologia, preso di mira solo perché aveva fatto ricorso in Appello, senza menzionare i passi di quell’atto giudiziario che avevano motivato la critica contenuta nel comunicato. Inoltre, nella sentenza di condanna, si legge che un atto giudiziario non può essere sottoposto a critiche metagiuridiche, soprattutto da parte di chi, comune cittadino e non addetto ai lavori, probabilmente non è nemmeno in grado di comprenderne il significato. La pena inflitta, si legge infine, ha uno scopo deterrente nei confronti dell’imputato. Il 17 marzo del 2015 si svolge l’udienza di Appello in cui Vincenzo Rao rinuncia ad avvalersi della prescrizione del reato già sopraggiunta e la Corte di Appello di Caltanissetta conferma la condanna per diffamazione, modificando la pena inflitta da 4 mesi di reclusione a 1000 euro di ammenda, più spese processuali e risarcimento danni. Le motivazioni di questa seconda condanna saranno depositate entro 60 giorni dalla data del pronunciamento della sentenza.

Il prossimo passo sarà il ricorso in Cassazione e, se tale condanna dovesse ancora essere confermata, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Chi vuole contribuire a questa battaglia, che non è solo processuale e personale ma anche politica e collettiva, può farlo anche con una sottoscrizione, inviando un bonifico con la causale #IOSTOCONVINCENZO utilizzando il seguente IBAN:IT84N0359901899050188523492 La carta è intestata a Tommaso Gullo, presidente Arci Palermo.

fb #IOSTOCONVINCENZO

ArciReport, 10 aprile 2015

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.