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ArciReport Sociale

13/04/2015 09:44
di Paoli

Vecchie e nuove povertà

Di Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale Arci.

i dati sulla povertà negli ultimi anni sono sempre più preoccupanti e i fattori che, a partire dalla crisi globale che stiamo ancora attraversando, hanno determinato una dinamica sempre più negativa sono diversi. La riduzione del reddito, l’aumento della disoccupazione, una fragilità sociale crescente in molte categorie sociali (giovani, giovani coppie, anziani soli, minorenni) hanno contribuito a un aumento dell’esclusione e all’acuirsi di vecchie e nuove povertà. Alcuni di questi fattori dipendono dalle scelte sbagliate in materia di lavoro e occupazione. Altre hanno a che fare con la mancanza di strumenti d’intervento sociale che puntino a contenere l’esclusione sociale, riducendola per lo meno dal punto di vista delle conseguenze  concrete più pesanti. C’è poi la solitudine sociale, ossia la mancanza di reti e legami che consentano di affrontare le difficoltà insieme ad altri. Per far fronte ad improvvise situazioni di difficoltà,  c’è bisogno non solo di un intervento pubblico a sostegno del reddito, ma anche di relazioni che aiutino ad uscirne attraverso un percorso di accompagnamento, di recupero e integrazione.

I poveri, i nuovi poveri, i disoccupati, coloro che hanno un reddito instabile devono poter trovare anche nella comunità locale strumenti per ricostruire legami sociali e recuperare la capacità di prendere in mano la propria vita, insieme ad altri. Questo è il ruolo che oggi può svolgere un’organizzazione come l’Arci, con le sue basi sociali, la presenza sul territorio, contribuendo a restituire dignità e protagonismo alle persone. Dare e ottenere aiuto può rappresentare il modo non solo per uscire dall’isolamento, ma anche la via per ritrovare le motivazioni per reagire all’ingiustizia e all’esclusione agendo una vertenza sociale insieme ad altri. La nuova frontiera del mutuo aiuto, della promozione sociale intesa come fattore di emancipazione deve basarsi sulla costruzione di comunità solidali, di per sé già parte della soluzione se si pongono l’obiettivo di produrre un cambiamento.  C’è la necessità di costruire legami e coalizioni che affrontino, a partire dai territori e dall’individuazione di luoghi fisici dove si crea comunità –  come spesso sono i nostri circoli –  processi di emancipazione collettiva che consentano il protagonismo dei soggetti più colpiti dalla crisi. Per questo la nostra associazione è interessata a costruire, insieme ad altri, percorsi che, a partire dal radicamento sociale e dal ruolo delle comunità locali, propongano soluzioni alternative in grado di restituire dignità, proponendosi come forme di partecipazione collettiva.

Nei giorni scorsi siamo entrati a far parte dell’Alleanza contro la povertà, promossa da molte organizzazioni sociali e sindacali  per ottenere il reddito di inclusione sociale (REIS),  uno strumento di lotta alla povertà assoluta che oggi riguarda circa l’8% dei residenti in Italia. L’Italia è l’unico Paese nell’Europa a 15, insieme alla Grecia, a non aver adottato una simile misura. Nei prossimi mesi l’Alleanza contro la povertà si trasformerà nel comitato promotore di una legge di iniziativa popolare che introduca il REIS. Insieme alla  campagna Miseria ladra, promossa da Libera,  ci impegneremo anche per  l’introduzione del reddito di cittadinanza,  altro strumento di lotta alla povertà, soprattutto  alle nuove povertà.

Infine stiamo partecipando alla discussione, lanciata dalla FIOM, per la costruzione di una Coalizione Sociale che metta in rete soggetti che agiscono a livello nazionale e locale,  per contrastare le politiche che in questi anni hanno prodotto povertà, esclusione, disoccupazione, precarietà e fragilità sociale. Se e come starci lo decideremo in base alla discussione, alla quale vogliamo partecipare, su come concretamente si costruirà questa coalizione, quali obiettivi si darà  e in che modo vorrà incrociare le nostre battaglie politico culturali e la nostra presenza sul territorio. Questo è un periodo di difficoltà per tutti, anche per le organizzazioni come la nostra. Ma abbiamo la possibilità che l’Arci, nel suo complesso e insieme ad altri, colga l’opportunità di una nuova stagione di protagonismo sociale proprio sul terreno della lotta alla povertà. Lo dovremo fare con spirito di servizio e con la passione che ci ha caratterizzati in questi anni, cercando di recuperare il tempo perduto e di motivare il nostro gruppo dirigente e la nostra base sociale.

ArciReport numero 13, 10 aprile 2015

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.