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ArciReport

20/04/2015 12:42
di Paoli

La Ue punta sull’esternalizzazione del controllo delle frontiere

Di Sara Prestianni, Arci.

Quasi 20mila i profughi sbarcati sulle nostre coste dall’inizio dell’anno. Ancora più pesante il macabro bollettino delle vittime da gennaio, un migliaio, contando l’ultimo tragico naufragio emerso dalle testimonianze raccolte tra i migranti sbarcati a Reggio Calabria.
Con un ritmo di 5000 migranti ogni tre giorni, la logica emergenziale con cui l’Italia gestisce l’accoglienza fa emergere sempre di più le sue contraddizioni e carenze del nostro sistema.
Dal lato europeo la risposta si ripete, tragicamente uguale nel tempo: creazione di un sistema comune d’asilo – annunciato già da anni e ancora lontano dal compimento -, lotta al traffico di essere umani, aumento del budget di Frontex che, a guardare il ruolo centrale della
Guardia Costiera Italiana e della Marina Militare nelle decine di sbarchi degli ultimi giorni, sembra servire a ben poco.
L’asse su cui l’Europa sembra però avanzare è la collaborazione con i paesi terzi nella gestione delle frontiere. Se la politica di esternalizzazione del controllo che mira ad affidare la gestione delle frontiere ai paesi di transito dei migranti – rinforzando e spesso finanziando il loro sistema d’asilo e controllo della frontiera oltre che esportando pratiche repressive della gestione della
frontiera quali campi di detenzione e procedure di respingimento – é uno dei pilastri della politica europea oggi, e a detta dei vari governi, sembra essere diventata l’unica soluzione. Dopo il processo di Rabat, che lanciava, nel 2007, la collaborazione nella gestione
della migrazione con alcuni paesi del Maghreb, l’Italia durante la sua presidenza della UE ha ospitato il secondo incontro del Processo di Khartoum, che prevede la collaborazione con i paesi di origine dei rifugiati – il Corno d’Africa – e di transito – Egitto, Tunisia, Sudan,
Niger tra gli altri – per bloccare il flusso migratorio in arrivo in Italia. I capi di Stato riuniti a Roma nel novembre 2014 sembravano però essersi scordati che dal Corno d’Africa arrivano principalmente rifugiati che gli Stati Membri, in quanto firmatari della Convenzione di Ginevra, sono obbligati ad accogliere e proteggere. Il principio difeso dal processo di Khartoum si concretizza nelle parole di Angelino Alfano, che propone, come soluzione, di creare dei campi nei paesi di transito. Poco dopo si citano i paesi in cui questi campi sorgeranno a breve: Niger, Sudan e Tunisia. Nessun altro dettaglio sulla natura giuridica di questi campi. Si teme però che possano essere come
i famosi centri d’accoglienza in Libia, sostenuti nell’accordo bilaterale firmato dal nostro paese, che sono risultati di fatto campi di detenzione con pratiche sistematiche della tortura. Si rischia anche di riprodurre dei modelli quali Choucha e Saloum, i campi creati
l’indomani della guerra libica, dove centinaia di profughi sono rimasti in un man’s land desertico in attesa di un reinsediamento che, per molti, non è mai arrivato. Se l’obbiettivo non èquello di richiedere la solidarietà degli Stati Membri nell’accogliere i migranti
ed evitare loro il viaggio in mare, questi campi si trasformeranno sicuramente in luoghi di attesa e disperazione.
È datato lo stesso periodo, marzo 2015, un documento ufficioso, fuoriuscito da una riunione dei Ministri dell’Interno degli Stati Membri, in cui l’Italia si spinge fino a proporre, come soluzione per la gestione dell’«emergenza sbarchi», la formazione delle guardie costiere
tunisine ed egiziane perché siano loro, e non gli italiani, ad intervenire nelle operazioni di salvataggio che si produrrebbero non lontano dalle coste libiche per poi riportarli in Tunisia ed Egitto e se possibile nei rispettivi paesi di origine dei migranti. La proposta
però sembra non considerare che chi parte sui barconi è principalmente un richiedente asilo, che la Tunisia non ha firmato la Convenzione di Ginevra e che l’Egitto, non meno di una settimana fa, ha aperto il fuoco con i mezzi della marina militare su un barcone di migranti. Ed è in questa prospettiva che il Commissario UE all’immigrazione Avramopoulos, di fronte all’ennesima tragedia del mare, ha annunciato una visita, la settimana prossima, in Italia, a cui seguiranno quelle in Tunisia ed Egitto. Nel frattempo, l’Arci ha lanciato un’operazione di monitoraggio, con l’obiettivo di seguire l’evoluzione delle politiche di esternalizzazione e svolgere una pressione politica costante per ottenere delle risposte.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.