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ArciReport Politica estera

20/04/2015 11:04
di Paoli

Le richieste della delegazione di società civile tunisina in Italia

Opporsi all’applicazione degli accordi tra Italia e Tunisia in materia di immigrazione, che hanno comportato circa settemila espulsioni verso il paese africano dal 2011 a oggi. Chiedere la chiusura dei Cie e una commissione di inchiesta congiunta sulla sorte di circa 300 tunisini scomparsi mentre tentavano di raggiungere il nostro paese. E, infine, portare all’attenzione la poca trasparenza dell’accordo Aleca di libero scambio tra Tunisia ed Europa. Obiettivi e messaggi chiari, quelli lanciati dalla delegazione di esponenti della società civile tunisina che in questi giorni è in Italia per incontrare istituzioni e componenti delle organizzazioni civili italiane e «chiedere a Parlamento, Governo e Unione Europea impegni politici di sostegno al consolidamento della transizione democratica» nel Paese maghrebino.La visita è coordinata dalla Rete Euromediterranea dei Diritti Umani (REMDH), attiva da 15 anni per la sociali di 30 paesi diversi. Della Rete fa parte l’Arci, che insieme alla sua ong Arcs e alla Cgil ha accolto la delegazione in Italia. «L’interesse comune è che la Tunisia continui ad essere un Paese democratico – ha spiegato Raffaella Bolini, responsabile relazioni internazionali Arci e componente della REMDH durante la conferenza stampa alla Camera – proporremo al Parlamento di costituire un comitato unico con la società civile italiana e quella tunisina per un confronto continuo. È nei nostri interessi avere una relazione diretta, mantenere un contatto e una riflessione costanti, attivare il principio di solidarietà tra i popoli». La delegazione, composta da Messaoud Romdhani, vicepresidente del Forum tunisino per i diritti economici e sociale, Sadok Belhaj Hsine, rappresentante dell’Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt), Ramy Salhi, direttore dell’Ufficio Maghreb e Lilia Rebai, responsabile del progetto Ue-Tunisia del REMDH, ha avuto incontri con la Camera dei Deputati, il Senato della Repubblica, il Ministero degli Interni e il Ministe ro Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. «Dopo l’attentato al Museo del Bardo  l’attenzione nei confronti della Tunisia è salita molto, per questo dobbiamo tenerla viva. La Tunisia sta affrontando sfide enormi: sicurezza, minacce interne ed esterne, la sfida economica e migratoria – spiega Ramy Salhi – e oggi più che mai serve un appoggio serio. Tutto ha avuto inizio dalla crisi economica e sociale e dalla richiestadi giustizia sociale». «La rivoluzione del 2011 fu questo – ha voluto sottolineare Lilia Rebai – e la soluzione non è l’accordo di libero scambio con l’Ue che la Tunisia dovrebbe firmare. In che modo una simile intesa può davvero migliorare la situazione?». Unanime dunque il parere della delegazione tunisina a Roma: «Serve una risposta alla povertà e una maggiore giustizia sociale».

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.