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ArciReport

20/04/2015 10:45
di Paoli

Una ferita alla democrazia che resta aperta

Di Francesca Chiavacci , Presidente Nazionale Arci.

Un grande maestro delle parole che ci ha lasciato alcuni giorni fa, Eduardo Galeano, scriveva: «I torturati torturano i sogni del torturatore». Ovviamente pensiamo che non sia un buon esercizio augurare torture a chi ha torturato. Pensiamo però che sia auspicabile che quella sospensione dei diritti civili e democratici che sono stati i fatti del G8 2001 siano e debbano rappresentare una spina nel fianco delle istituzioni italiane e della memoria collettiva del nostro paese. Nel giorno in cui chiudiamo questo numero di Arci Report, leggiamo su Repubblica la lettera inviata dal capo della polizia Pansa in cui annuncia la sospensione dal servizio dell’agente che sul proprio profilo facebook aveva reagito alla sentenza di condanna della Corte di Strasburgo rivendicando la sua volontà di entrare mille e mille volte nella Diaz. Leggiamo che non ci sarà mai più un caso Diaz, che la polizia è sana e che va rifiutata l’idea della presenza nella polizia di una sottocultura di violenza e di omertà. Ecco, di fronte a quanto scritto, diciamo subito che non ci basta. La verità ha subito troppi colpi in questi anni. E non soltanto per Genova. Basta ricordare gli applausi ai poliziotti condannati per il caso Aldovrandi e gli insulti alla mamma di Federico. Non ci bastano le scuse a Giuliano Giuliani per le parole su Carlo, non basta la cancellazione del post di Tortosa, non basta la sospensione dal servizio del vicequestore di Cagliari, che addirittura era stato indicato come «nuovo volto dei Reparti Celere» e di una nuova visione della gestione dell’ordine pubblico. Non ci basta tutto questo. Rimane ancora in piedi l’inopportunità di tenere una figura come De Gennaro ai vertici di Finmeccanica. Rimane tutta la convinzione che, come abbiamo visto in questi anni, le nostre forze di polizia siano popolate da qualcosa di più di un cestino di mele marce. La ‘rete’ di silenzi e coperture che consentì e ha consentito in questi anni la cappa sulla verità di quello scempio democratico non si può dimentcare facilmente e non riusciranno a farlo dimenticare nemmeno due sospensioni dal servizio, che alla fine produrranno solo altri meccanismi di infimo vittimismo. Come ricorda il pm Zucca, il magistrato che ha condotto l’inchiesta sulla Diaz insieme al pm Francesco Albini Cardona, quel processo «ha svelato una pratica ancora pertura della tortura. La Cassazione parla di ‘violenza inusitata’, ma anche di una ‘scellerata operazione mistificatoria perpetrata dai vertici della polizia’. Di questo non si parla e anche la politica evita questo argomento». Ecco. Per questo diciamo che tutto quello che sta avvenendo non ci basta. Serve urgentemente, come abbiamo già detto in tante occasioni, l’introduzione del reato di tortura. Serve, e Luigi Manconi giustamente lo ha ricordato con forza in questi giorni, una radicale riforma delle forze di polizia, a cominciare dalle modalitàdi accesso, visto che da oltre dieci anni il reclutamento è riservato esclusivamente a quanti provengono dall’Esercito professionale. Serve rivedere il sistema della formazione (culturale e tecnica) che rivela carenze enormi e pericolosissime. Serve l’adozione del codice identificativo che potrebbe consentire di individuare e sanzionare i responsabili di abusi e violenze e di tutelare quanti operano nel rispetto della legalità. Insomma, non saranno due dovuti provvedimenti di sospensione dal servizio a togliere la spina nel fianco che si porta dietro da 14 anni la nostra democrazia e la storia dei diritti civili delnostro paese.

 

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.