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Sociale

07/09/2015 12:56
di Paoli

C’è ancora molto da fare per migliorare le condizioni di vita nelle carceri

Di Marco Solimano, presidente Arci Livorno.

Estremamente scrupoloso ed attento il rapporto di Antigone. Rappresenta nella sua complessità, ma anche nella sua semplicità, la condizione in cui versano le carceri italiane, le profonde modificazioni intervenute negli ultimi anni, ma soprattutto l’incapacità strutturale a ripensare se stessa e l’idea dell’istituzione totale oramai superata dal tempo e dalla storia. Vediamo cosa è accaduto negli ultimi anni. Fino ad un paio di anni addietro ci siamo dovuti misurare con un’emergenza drammatica, che metteva in discussione i diritti umani dei detenuti e le loro condizioni di esistenza. Il sovraffollamento, la mancanza di spazi per esprimere forme di socialità, l’assoluta precarizzazione e parcellizzazione del quotidiano penitenziario. Una cultura che ha visto la carcerazione come strumento quasi esclusivo di risposta a comportamenti antisociali, che a seguito di leggi liberticide (Bossi-Fini, legge Giovanardi sulle droghe, vari decreti sicurezza) ha riempito le nostre galere di soggetti marginali, meno rappresentati, tossicodipendenti e stranieri, facendola diventare la più grande discarica sociale e luogo di contenimento delle contraddizioni più stridenti che nascevano nei territori. Poi arriva la condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo che stigmatizza non solo il sovraffollamento ma anche il numero di ore di restrizione in cella. Arriva dunque l’apertura delle celle per almeno otto ore al giorno. Interviene poi, snodo fondamentale, la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittimi gli articoli più delicati della Giovanardi, accompagnata da provvedimenti legislativi che hanno l’effetto di decongestionare le presenze negli istituti di pena. Ed eccoci tornati al carcere dell’oggi, oggetto del rapporto di Antigone. Un carcere sicuramente meno affollato, con le celle aperte per qualche ora in più, ma sempre drammaticamente uguale a se stesso, uno strano soggetto capace di autoriprodurre i suoi limiti e le sue fatiscenze, quasi del tutto incapace a lasciarsi permeare da culture diverse che da tempo riflettono sul senso della pena nella nostra epoca. Nostro compito è invece produrre e riprodurre senso, progetto, opportunità, possibilità. Il tema della salute e della sanità, dell’affettività e dell’esercizio della sessualità, del tempo vuoto della pena, della relazione virtuosa coi territori e con le espressioni sociali, culturali ed artistiche della città rimangono ancora del tutto inevasi, a testimoniare la natura fossile dell’istituzione penitenziaria. Ma è la concezione della pena, da una dimensione custodialista, punizionista e quasi vendicativa a quella inclusiva, risocializzante e partecipata la vera sfida, la premessa indispensabile perché i luoghi di pena possano tornare ad essere luoghi della città, seppur particolari, luoghi troppo spesso rimossi dall’immaginario collettivo. Dunque qualcosa è sicuramente accaduto negli ultimi tempi. Il rapporto di Antigone ci rappresenta la realtà con la quale confrontarci. Ma rappresenta anche un’importante agenda di lavoro. Rimangono questioni aperte sulle quali spendere energie, cultura, progetto. È importante costruire reti, alleanze e percorsi solidali. Rinnovo l’invito a mobilitarsi affinchè, nei territori in cui ci sono istituti penitenziari vengano nominati i Garanti dei diritti delle persone private della libertà individuale… questa potrebbe essere una bandiera della nostra associazione.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.