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Comunicati

20/09/2015 22:48
di Paoli

In ricordo di Francesca Ficarelli

di Massimiliano Ciardi

Francesca non è più con noi e ci sembra doveroso scrivere due parole per ricordarla a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla da vicino per far capire chi era veramente Francesca, una donna che racchiudeva una forte personalità ed una nobiltà dell’animo uniche nel suo genere; soprattutto non amava le mezze misure e l’ipocrisia, le mezze frasi e le piaggerie verbali. Era una donna diretta e schietta, divisa tra due grandi passioni, la famiglia e l’Arci. Francesca ha sicuramente dato molto ad entrambe queste passioni e desideriamo, per ricordarla, sottolineare quanto ha dato all’Arci: laureata in lingue e letterature straniere all’Università di Pisa, si è avvicinata all’Arci negli anni ’80 iniziando a costruire quella che, in pochi anni, sarebbe diventata la prima realtà di formazione linguistica ed informatica per tutti i
cittadini livornesi. Partì in prima persona organizzando dei corsi di lingua inglese in una piccola stanza e, visto il successo, implementando poi questa realtà in nuovi locali sempre più belli e capienti, aggiungendo corsi di lingua francese, spagnola, tedesca, russa, araba, cinese e di informatica sia di base che specialistica e, in seguito, anche molti altri corsi, con la collaborazione di altri colleghi. A Lei e alla sua lungimiranza si deve la crescita esponenziale che la realtà formativa di Arci Livorno ha avuto e sta continuando ad avere. Francesca era sempre presente, sempre piena di idee e sempre pronta a dare una mano a chi era in difficoltà per la tutela e la difesa dei diritti dei soggetti più deboli che incontrava nel suo cammino. Ogni pomeriggio era là, alla sua scrivania, ad ascoltare le esigenze delle persone e disponibile a trovare una soluzione. Sempre raggiungibile al telefono a qualunque ora. Francesca era molto legata alle tradizioni e ogni anno,
per Natale, amava organizzare una festicciola con tutti gli allievi dei corsi per cantare canzoncine di Natale e mangiare una fetta di panettone tutti insieme come una grande famiglia. Ci sono centinaia di aneddoti
che potremmo raccontarvi, ma ognuno di noi ha i suoi e se li porterà nel cuore. I colleghi insegnanti la chiamavano affettuosamente “la Preside” per le sue indiscusse capacità coordinative e sarà difficile per loro
entrare nel suo ufficio e credere che non c’è più. Ciao Francesca !!

di Alessio

Ciao Francesca,

ti voglio salutare raccontandoti una cosa che mi pare di non averti maidetto prima: perchè ci siamo conosciuti.
Avevo deciso di fare il servizio civile, con la motivazione, sentita, del rifiuto delle armi e della guerra. Così, al momento di indicare sul modulo dell’obiezione di coscienza presso quale ente svolgere il
servizio, decisi che uno valeva l’altro, mi bastava non imbracciare un fucile. Chiusi gli occhi, puntai il dito a caso e uscì l’ARCI. Misi quell’unica crocetta.
Non sapevo che il destino mi avrebbe mandato in “guerra”. Una guerra fatta di tante piccole battaglie.
Si, perchè non è passato un solo giorno da quel luglio 2002 senza aver discusso, battibeccato, litigato per ogni singolo dettaglio. Sempre però in modo costruttivo, per elaborare insieme un’idea, per trovare insieme una soluzione.
Con chi litigherò adesso?
Ti avrei ammazzato almeno mille volte, ma ti prendevo in giro: guarda che dall’altra parte non ti vogliono; lassù in alto non ci puoi andare perchè hai nominato invano troppe madonne, e laggiù al calduccio
romperesti le scatole anche a quello col forcone, ti caccerebbe dopo una settimana.
Beh, conoscendoti, probabilmente hanno creato un posticino tutto per te, soltanto per te e quella testa dura che ti ritrovavi.

Ciao
Alessio

di Benedetto Tuci

Nei giorni scorsi Francesca Ficarelli ci ha lasciato.
Ho conosciuto Francesca nel 1985 quando, subito dopo il matrimonio, sono venuto a vivere da Cecina a Livorno. Essendo già stato laggiù presidente dell’ARCI mi fu chiesto di far parte della segreteria provinciale con la delega alle attività culturali ed ai circoli e, nella nostra sede, Francesca iniziava in quel periodo una attività di formazione permanente nelle lingue straniere.
Oggi può sembrare una iniziativa banale; allora era innovazione.
Era innovazione pensare di poter diffondere ad un numero molto elevato di cittadini corsi di formazione a costo contenuto che non avevano la pretesa di consegnare un “pezzo di carta” ma solo l’intento di migliorare la persona; ed alla fine uno si accorgeva che servivano anche per il lavoro, per il corso di studi ufficiale, per se stessi tout court.
Ed era innovazione non molto compresa se si pensa che in alcune situazioni la direzione didattica delle scuole elementari osteggiava l’insegnamento della lingua straniera “perché confonde la testa ai bimbi”.
L’ARCI è sempre stata innovatrice ma con le forzature tipiche dell’idea leninista di essere “avanguardia del movimento operaio”.
Il risultato era che il Movimento operaio c’aveva sulle scatole, a Francesca e a me, che caldeggiavo questa nuovo inizio di intendere la cultura.
La cultura nell’ARCI era soprattutto “spettacolo” e forse lo è ancora.
Erano i tempi in cui il passato recente glorioso dell’ARCI spumeggiava anche in campo culturale.
Eravamo stati l’associazione che aveva accolto Dario Fo espulso dalla RAI nel circuito della case del popolo.
Ma quanti delle migliaia di soci di quelle case del popolo avevano capito Mistero Buffo?
E l’attività prevalente era risolvere i problemi (i conflitti) quotidiani.
Ricordo di lei il pragmatismo adatto alla situazione ma anche le incertezze, i timori, l’essere un po’ estranea ad un percorso complicato di relazioni sociali che avevano una storia.
Ecco forse è questa la differenza rispetto ad oggi tutto e tutti avevano una storia; e questa pesava nei confronti di chi cercava il nuovo; oggi le storie mi sembrano azzerate nel quotidiano.
Francesca cercava il nuovo e piano piano senza protagonismi ha costruito una storia.
Una storia di sè che è anche un pezzo di storia di noi che abbiamo vissuto nell’idea che le attività associative, la politica fatta attraverso le cose, l’organizzazione del tempo libero dei lavoratori, l’essere prima di altri ambientalisti in mezzo ai cacciatori, promoter culturali fra tombole e ballo liscio aveva il senso di una missione.
Per dirla con Benettollo: essere lampadieri.
Ciao Francesca

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.