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ArciReport Politica locale

15/09/2016 17:22
di Tommaso Beppi

La petizione che chiede la revoca del Fertility Day

Ha firmato anche la presidente nazionale Arci Francesca Chiavacci.

Chiediamo in via d’urgenza al Governo la revoca della Giornata per l’informazione e formazione sulla fertilità umana del 22 settembre e il riesame del Piano Nazionale per la Fertilità sulla base di un’ampia discussione con la società civile, per valorizzare alcuni aspetti positivi sul piano sanitario ed eliminare tutti quelli ideologici legati al calo della natalità. Le proteste suscitate dalla campagna per la fertilità promossa dal Ministero della Salute e approvata dal Consiglio dei Ministri in data 28 luglio scorso hanno coinvolto associazioni, comitati, media, reti informali della società civile evidenziando vizi di metodo e merito. Un tema fondamentale e delicato come quello della salute riproduttiva è trattato in modo inadeguato, allarmistico, offensivo della dignità della persona. L’infertilità è posta erroneamente come causa fondamentale della denatalità nel Paese, senza tener conto di altri preponderanti fattori socio – economici. L’approccio ideologico adottato impronta il piano in senso discriminatorio e non coerente con gli obiettivi dello Sviluppo Sostenibile proclamati dall’ONU che mirano a garantire non solo i diritti riproduttivi ma anche quelli sessuali e l’accesso pieno alla contraccezione e non pone al centro altri aspetti fondamentali come l’applicazione della legge 194, la rete dei consultori, l’accesso alla contraccezione e alla procreazione medicalmente assistita. Il Piano Nazionale sulla fertilità, pur contenendo aspetti positivi sull’infertilità da valorizzare, non contiene linee guida per un efficace potenziamento dei servizi socio-sanitari a tutela dei diritti sessuali e riproduttivi. Svela inoltre una concezione del ruolo delle donne da cui traspare l’ideale materno come subordinato al benessere sociale e non come progetto di libertà personale e di amore. I diritti sessuali e riproduttivi e l’autodeterminazione sono principi fondamentali della persona, garantiti dal diritto internazionale e costituzionale. Per rispettare questi diritti occorrono politiche efficaci che rimuovano gli ostacoli al suo esercizio, non discorsi ideologici sui doveri riproduttivi delle donne. Per queste ragioni chiediamo al Governo di cogliere l’occasione per un confronto con le associazioni e la società civile volto a rivedere il Piano nazionale per la fertilità, adeguandolo in modo corretto, imparziale e non discriminatorio, ai vari aspetti d’interesse generale su salute sessuale e riproduttiva nonché alle necessarie politiche a sostegno della genitorialità. Se non ora quando? Tra le prime firmatarie, oltre alla presidente Chiavacci, Chiara Saraceno, Linda Laura Sabbadini, Daniela Del Boca, Antonella Anselmo, Laura Onofri.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.