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ArciReport

15/09/2016 16:17
di Patrizio Valenti

Una dura battaglia culturale per sconfiggere violenze e ipocrisia

Il suicidio di Tiziana, entrata in depressione al punto di togliersi la vita perché oggetto di linciaggio sul web per un video del quale non aveva nemmeno autorizzato la pubblicazione, ha fatto discutere media e opinione pubblica della violenza del web, della cosiddetta ‘dittatura digitale’, delle colpe collettive (la magistratura ha aperto un’indagine «contro ignoti»). Ma la parola più giusta per definire ciò che segna questa vicenda è sicuramente ipocrisia. L’ipocrisia di un paese che è in cima alle classifiche mondiali del consumo di video pornografici e che non ha esitato ad additare come «una poco di buono» Tiziana (che aveva anche l’aggravante del tradimento) attraverso la forma più comoda e vigliacca, quella anonima del web. Quella di tutti quegli uomini (tanti, troppi ancora) che non tollerano nessuna libertà nelle donne che frequentano, per poi rifugiarsi, appunto, nel porno. La stessa ipocrisia che a Melito Porto Salvo ha decretato che la ragazza tredicenne violentata da anni da un gruppo di uomini di famiglie potenti «se la fosse andata a cercare». E che è in qualche maniera collegata al numero crescente di femminicidi (l’ultimo 4 giorni fa a Parma) che si verificano nel nostro Paese. È come se si dovesse far pagare sempre di più alle donne la loro ricerca di autonomia e libertà. Lo si fa nei casi più estremi con la violenza, ma non solo. Sono ancora troppe le discriminazioni nei luoghi di lavoro, nella possibilità di carriera, nei luoghi dove si esercita potere (e la politica non è esente). Servono sicuramente norme sul cyberbullismo, serve educazione digitale innanzitutto per arginare l’hatespeech. C’è un problema di diritti e doveri delle persone nella relazione con l’uso del web. Ma sappiamo che per sconfiggere tutto questo occorre innanzitutto una battaglia (una delle più dure) culturale. Molta opera di formazione (siamo uno Una dura battaglia culturale per sconfiggere violenze e ipocrisia di Francesca Chiavacci presidente nazionale Arci arcireport settimanale a cura dell’Arci | anno XIV | n. 28 | 15 settembre 2016 | www.arci.it | report@arci.it dei pochi paesi occidentali in cui non esiste una minima forma di educazione sessuale nelle scuole). Sicuramente investimenti pubblici in servizi e strutture di accoglienza che diano sostegno e coraggio a tutte quelle donne che subiscono violenza e maltrattamenti, anche psicologici. Sappiamo anche che, per alcuni casi più eclatanti ed estremi come quello di Tiziana e della ragazza di Melito, ne esistono tantissimi altri che non emergeranno mai. E che occorre un’azione quotidiana, costante, duratura, che riesca a diffondere modelli di relazione diversi e paritari tra uomini e donne. Noi, l’Arci, non vogliamo sottrarci a questa sfida: sappiamo che istituzioni e società amiche delle donne sono società in cui tutti vivono meglio, e il terreno dei diritti è un nostro ambito privilegiato di intervento, questo forse uno dei più importanti. E ci prendiamo l’impegno di farne nei prossimi mesi una delle nostre azioni principali.

di Francesca Chiavacci presidente nazionale Arci.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.