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ArciReport Sociale

03/10/2016 10:00
di Patrizio Valenti

Impegnarsi per la pace è sempre più necessario e urgente.

La prima se l’inventò Aldo Capitini, nel 1961, e fu subito un successo, se si pensa che fra i 20mila che marciarono per la pace da Perugia ad Assisi c’erano Italo Calvino, Renato Guttuso, Arturo Jeomolo, Ernesto Rossi e tanti altri intellettuali. L’idea, al fondatore italiano del movimento non violento, era venuta dopo che, nel ‘58, e poi tutti gli anni per molto tempo, una analoga iniziativa era stata presa dal filosofo Bertrand Russell, partenza da Aldermaston, per protestare contro il riarmo nucleare della Gran Bretagna. Quando il nuovo movimento pacifista italiano nato all’inizio degli anni ‘80 riacciuffò l’esperienza di Capitini, ormai scomparso da molti anni, il nostro rapporto con gli inglesi non solo si era ristabilito ma i due movimenti si erano addirittura unificati a livello europeo, inglobando anche quelli di tutti gli altri paesi, in quella grande cosa che fu l’END: l’European Nuclear Desarmement,«per una Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali». A marciare attraverso le due simboliche città umbre furono dall’84 ragazze e ragazzi che la pace la declinavano in tutte le lingue. Erano gli anni in cui sul nostro continente erano tornati ad essere installati una selva di pershing, cruise e SS20 e la guerra fredda rischiava di diventare calda. Fu un tempo molto intenso in cui tutti, nello scambio che per la prima volta si sviluppava fra culture politiche così diverse, capimmo nuove cose. Innanzitutto che il pacifismo non era solo testimonianza morale, ma una proposta politica: non più il ricorso medioevale alle armi per affrontare i conflitti, ma il dialogo, perchè i patti – a differenza di quelli tradizionali militari – si debbono stringere con chi sta dall’altra parte, non con i propri simili. Per capire le reciproche ragioni, che è la sola base solida della pace. Questa bussola, e questo impegno, li abbiamo conservati, sia pur con alti e bassi, quando le guerre sono diventate calde e più tremende, sopratutto più difficili da capire: la Jugoslavia, l’Irak, l’Afganistan. E ogni volta la Perugia Assisi si è rinnovata cercando di indicare come sarebbe stato necessario affrontare quei conflitti, con l’azione politica e non con quella militare. Oggi le ragioni dell’impegno sono ancora più evidenti. E denunciare, spiegare, proporre anche più urgente. Ricordo quel che disse il nostro Tom tanti anni fa proprio a un convegno su Capitini: «La democrazia deve fondarsi su un movimento di cittadinanza attiva e farsi, così, autenticamente partecipativa. Partecipare alla nostra vecchia marcia è, in questo tempo difficile, in cui la guerra è in atto e la democrazia a rischio, il modo più efficace per far sentire le nostre ragioni, e comunicare con chi si sente smarrito». Ho scritto che la guerra è in atto, ma è vero che non ci colpisce – almeno ancora – direttamente. Sono altri quelli che quotidianamente la subiscono. Vorrei in proposito ricordare due frasi, una di papa Francesco: «Sarebbe bello che tutti provassero vergogna per quanto fanno gli umani». E una proprio di Capitini: «I pacifisti che marciano non sono passiva accettazione dei mali esistenti, ma attivi e in lotta».

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.