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ArciReport

05/10/2016 16:32
di Marcelo Letona

Intervista al primo sindaco omosessuale che si è sposato in Italia

Nel 2015 è stato eletto sindaco di San Giorgio a Cremano a soli 35 anni, e nel 2016, precisamente lo scorso 24 settembre, ha raggiunto un altro importante traguardo: il matrimonio con Michele Ferrante, 35 anni, suo compagno di vita da 9 anni. Raggiungendo un altro primato: è stato il primo sindaco omosessuale a sposarsi in Italia. Ad officiare il rito, che si è svolto presso il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Portici, è stata Monica Cirinnà, promotrice della legge sulle unioni civili finalmente approvata anche in Italia. Suo testimone di nozze Mariano Anniciello, presidente Arci Napoli, a cui è legato da anni da una lunga amicizia. Crede che la legge sulle unioni civili sia stato un passo importante per l’Italia? È stata sicuramente importante, non solo per le coppie che ora possono unirsi civilmente ma anche per chi osserva questa situazione: pone infatti finalmente la società nella possibilità di considerare ‘normali’ le coppie LGBT. Alcuni giorni fa sono stato ad un’iniziativa in un centro sociale per anziani, in molti si sono avvicinati per farmi gli auguri. Ho visto un affetto sincero, da parte loro come di tanti miei concittadini che hanno voluto essere presenti alla cerimonia. Oltre a ricoprire un incarico istituzionale, lei risiede nel sud Italia: in che modo sono state viste le sue scelte nella comunità in cui vive e nella sua famiglia? Intorno alla mia figura si è creato clamore perché sono il primo sindaco a sposarsi in Italia, ma spero che tra qualche mese questa non sia più considerata una notizia, ma la normalità. Non ho mai fatto mistero del fatto di essere omosessuale ed ho da anni, pubblicamente, un compagno. Sono stato vicesindaco per nove anni nel mio Comune ed ho ricoperto incarichi pubblici senza essere attaccato o giudicato per questo. Probabilmente nel nord Italia c’è maggiore chiusura, al sud c’è una società molto più aperta. La mia famiglia ha sempre accettato con serenità la mia omosessualità: mia nonna di 100 anni, che ha partecipato al matrimonio, continua a chiedersi come mai questa cerimonia abbia riscosso tanta curiosità. Cosa vorrebbe dire ai sindaci che non vogliono applicare questa legge? Qualcuno in proposito ha parlato di obiezione di coscienza. Io parlo di ‘obiezione di intelligenza’: se la legge dice che due persone possono unirsi, va applicata; in qualità di sindaco, semplicemente, devo farla rispettare. Pensare che un matrimonio sia un gesto di amore è qualcosa che rende normale ogni unione, a prescindere dal sesso di chi si sposa.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.