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ArciReport

10/10/2016 10:26
di Tommaso Beppi

Vittime dell’immigrazione: ricordare i morti deve servire a salvare i vivi

Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre del 2013, 368 persone perdevano la vita al largo dell’isola di Lampedusa. Si trattava in prevalenza di persone provenienti dal Corno d’Africa. A tre anni di distanza, l’Italia ha commemorato quella tragedia con la Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita per legge lo scorso 16 marzo 2016. Questo drammatico anniversario è stata un’occasione per richiamare tutti, soprattutto il governo italiano e quelli dell’UE, ai loro doveri, perchè ricordare i morti deve servire a salvare i vivi. Dopo quella dell’ottobre 2013, infatti, le stragi sono continuate. Dall’inizio dell’anno, nonostante il numero di persone arrivate via mare sia diminuito passando da più di 1 milione nel 2015 a circa 300mila, i morti sono aumentati e ad oggi si contano più di 4000 vittime dell’immigrazione nel Mediterraneo. Bisogna fermare questa strage. Per questo il 3 ottobre siamo scesi in piazza in tutta Italia, con tante iniziative per denunciare l’assoluta incoerenza tra quanto dichiarano governi e leader europei e quanto succede alle frontiere e nei Paesi d’origine e di transito. Non c’è solo il muro di Orbàn, che minaccia di modificare la Costituzione dopo il fallimento del suo referendum contro l’Unione europea e i profughi. Anche l’UE – governi e Commissione – segue una politica cinica di chiusura delle frontiere. L’accordo con la Turchia, impedendo soprattutto a siriani, afgani e iracheni (l’80% di chi ha attraversato la frontiera greco-turca nel 2015) di fuggire in cerca di protezione, consegna i profughi nelle mani dei trafficanti e di governi liberticidi. Si pensi al dramma che si sta consumando ad Aleppo e al fatto che quelle persone non hanno alcuna possibilità di mettersi in salvo in Europa a causa dell’accordo con Erdogan. L’Italia vuole riprodurre quel tipo di accordo – e già lo sta facendo – con molti governi dittatoriali africani, a partire da quello del Sudan. Non ci raccontino che «aiutarli a casa loro» è la ricetta giusta, come dice Renzi con il suo Migration Compact. Li stiamo aiutando, è vero, ma soprattutto alcuni regimi anti democratici promettendo loro soldi e sostegno politico, addestramento e mezzi per le loro polizie. Altro che aiuti per lo sviluppo! I soldi al governo di Omar Al Bashir in Sudan, come quelli dati e promessi ad Al Sisi in Egitto, così come il sostegno al regime di Yahya Jammeh in Gambia e a quello di Isaias Afewerki in Eritrea non porteranno certo un miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni di quei Paesi. Anzi, i rispettivi leader (si noti che stringiamo accordi soprattutto, se non esclusivamente, con Paesi dove ci sono regimi non democratici, e si tratta, quasi sempre, di accordi di polizia, che non passano dal Parlamento e non sono pubblici), noti per la ferocia e per il ricorso a violenza, omicidi e torture, aumenteranno la repressione e la conseguenza non potrà che essere l’aumento di coloro che, a rischio della vita, cercheranno di fuggire. Di fatto l’Europa e i suoi governi, negando le proprie radici e i principi sanciti dalle Costituzioni democratiche e dalla Carta di Nizza, tentano di frenare l’ondata di xenofobia e razzismo che sposta l’elettorato a destra, fornendo ulteriori ragioni ai cittadini e alle cittadine per appoggiare posizioni di chiusura. Una tragedia che prima di essere politica è culturale e alla quale sarà difficile porre rimedio. Nel frattempo le persone continuano a morire e i trafficanti aumentano il loro business, non essendoci alcuna via legale per entrare, cioè nessuna possibilità di rivolgersi agli stati, per mettere in salvo se stessi e i propri cari. A pochi giorni dalla prima Giornata della memoria, oltre a non dimenticare i tanti morti di frontiera, ci piacerebbe che i governi evitassero di replicare la solita cinica commedia, cambiando nettamente politica e prevedendo corridoi umanitari, programmi di ricerca e salvataggio, promuovendo una accoglienza dignitosa in tutta Europa.

di Filippo Miraglia vicepresidente nazionale Arci

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.