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ArciReport

23/11/2016 10:21
di Marcelo Letona

Marrakech: popoli in corteo per la giustizia climatica

Il 13 novembre decine di migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Marrakech in occasione dell’inizio della seconda settimana della Cop22. Mentre i rappresentanti dei governi di tutto il mondo sono asserragliati nella blue Zone a discutere sofisticamente sul come muoversi nonostante le elezioni americane, nelle strade dell’antica città imperiale marocchina c’era chi si è dimostrato indisponibile a fare sparire i propri bisogni e le proprie aspettative nel fiume di parole che caratterizza la diplomazia internazionale. Dopo l’accordo di Parigi con i suoi illuminanti principi sul come salvare il nostro clima, i suoi inesistenti strumenti applicativi e gli assolutamente insufficienti impegni dei singoli stati (pensiamo all’Italia e alla febbre di petrolio che ossessiona il governo) questo doveva essere il momento dell’azione. Le trattative purtroppo, per il momento, stanno andando in un’altra direzione. In migliaia si sono riversati nelle piazze per rompere la campana di vetro che è stata costruita intorno ai movimenti di tutto il mondo, per gridare la loro necessità di ‘giustizia climatica’ nella consapevolezza che non sarà il green washing dei grandi inquinatori a salvare il pianeta. Quelle persone con gli occhi carichi di dignità, all’interno di vari spezzoni che hanno colorato la città e riempito il cuore di chi li guardava, parlavano in tutte le direzioni: parlavano ai loro rappresentanti affermando che solo una reale trasformazione sociale, economica e produttiva potrà salvare il pianeta. Rivendicando la necessità di una nuova utopia concreta, di una nuova società in cui gli esseri umani possano essere liberi di muoversi e migrare, in cui i sistemi economici siano compatibili con l’ambiente e i territori, in cui le relazioni tra gli stati non si affermino attraverso la legge militare ed economica del più forte. «System Change not Climate Change» è stato gridato più volte, in più Primi ritorni da Marrakesh di Stefano Kenji Iannillo Rete della Conoscenza lingue: i movimenti sociali globali non sosterranno un’altra discussione tra le parti improduttiva e sono pronti ad essere i prossimi protagonisti delle politiche pubbliche mondiali, è una questione di vita o di morte dopotutto. Ma quel corteo parlava anche a noi. Ci ha insegnato la necessità di uscire dal nostro ‘eurocentrismo’ delle lotte e delle soluzioni, ci ha insegnato la dignità dell’ascolto e della lotta di chi ha già subito in pieno le conseguenze dei cambiamenti climatici. Ci ha richiesto a gran voce la necessità di metterci a disposizione della costruzione di una mobilitazione globale, di sperimentare in primo luogo da noi – sui nostri territori- la conquista democratica dell’imposizione di soluzioni costruite dal basso verso un modello di sviluppo sostenibile, di alzare la teste e renderci conto che non ci regalerà mai niente nessuno, che solo organizzandoci ci sarà speranza. Che non sarà l’etica o la morale – la crisi climatica infatti è ormai coscienza comune in milioni di persone – ma solo un vero protagonismo popolare e la sua capacità di governare la crisi e le trasformazioni in cui ci troviamo sommersi a salvare il mondo e la specie umana.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.