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ArciReport

19/12/2016 10:22
di Marcelo Letona

Un Paese sempre più povero e più disuguale

I dati sulla povertà pubblicati da Repubblica.it (elaborazione Openpolis), confermano quanto già sapevamo e denunciamo da tempo sullo stato del Paese: la crescente povertà è un fenomeno strutturale, prodotto da questo modello di sviluppo e alimentato dall’assenza di adeguate politiche pubbliche finalizzate a contrastarla. L’articolo 3 della nostra Costituzione è totalmente disatteso. Negli ultimi 10 anni (dal 2005 al 2015) il numero delle persone che vivono sotto la soglia di povertà è più che raddoppiato (oggi sono 4,6 milioni) e le scelte di politica economica, da quelle sul lavoro a quelle sul welfare, hanno soltanto peggiorato la situazione. Questo dato è tanto più odioso se si guarda alle categorie più colpite: giovani, donne e bambini. Gli strumenti finora messi in campo, oltre a non essere minimamente sufficienti (si pensi, ad esempio, all’introduzione di un reddito d’inclusione previsto nella legge delega approvata da poco dal nostro Parlamento, a cui la legge di Bilancio assegna risorse del tutto insufficienti), non si pongono l’obiettivo di «rimuovere gli ostacoli», quanto, al più (ma al momento non ci siamo neanche lontanamente) di attenuarne gli effetti. Il dato sull’aumento della povertà in Italia spicca tra i Paesi dell’UE in maniera pesante. I numeri vanno letti con attenzione perché le statistiche sono costruite in maniera diversa nei diversi Paesi e il nostro ha rinunciato da molto tempo a impegnarsi per contrastare gli effetti più negativi di un modello di sviluppo diseguale. In particolare, la precarietà del lavoro (lo scandalo dei voucher è li a testimoniarlo) aumenta le diseguaglianze e l’ingiustizia sociale. Gli strumenti di tutela della disoccupazione in Italia, così come quelli di sostegno alle famiglie e ai bambini, sono di gran lunga inferiori (circa la metà) di quelli degli altri grandi Paesi dell’UE. Si giustifica così l’assenza di prospettive delle giovani generazioni, il bilancio negativo tra decessi e nuovi nati nel 2015 e la tendenza a rimanere nella famiglia d’origine fino a un’età avanzata. Il nuovo governo, il presidente del Consiglio Gentiloni, hanno una grande responsabilità: farsi carico di quella che oggi rappresenta la nostra più grande emergenza sociale. La condizione, ovviamente, è che questo non sia un governo di scopo, natalizio, ma un governo che affronti con serietà le emergenze del Paese, e non solo quelle istituzionali, come la riforma della legge elettorale. Sappiamo che la legge di Bilancio è già stata approvata. Chi governa ha però la responsabilità di dare risposte concrete e in tempi utili. La povertà, e l’emergenza sociale che ne consegue, come testimonia il dossier di Openpolis, dovrebbero essere il primo pensiero del nuovo Presidente del Consiglio. Le crescenti diseguaglianze hanno alimentato nel nostro Paese l’odio sociale, soprattutto tra le fasce di popolazione più colpite dagli effetti della crisi. Anche perché nel dibattito pubblico la verità è oscurata, sostituita da false evidenze, spesso promosse anche da chi rappresenta le istituzioni, nelle loro diverse articolazioni. In particolare, le bugie di stampo razzista sono funzionali all’individuazione di un capro espiatorio, su cui dirottare lo scontento sociale. Per questo, se non si vuole regalare questo Paese alla cultura razzista e all’egemonia della destra politica, si cominci subito a investire in maniera seria e consistente sulla lotta alla povertà e alle diseguaglianze sociali.

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.