Una legge sul fine vita, uscendo dalle contrapposizioni ideologiche

Vi è una difficoltà oggettiva a parlare pubblicamente di morte, il mysterium tremendum che reca con sé retaggi antichi e reverenziali timori e divide la morale laica e la morale cattolica, accomunate spesso da un sentimento di angosciosa paura che relega la morte alla dimensione privata ed intimistica, fatta di dolore, silenzio e commozione. Una dimensione rimasta pressochè immutata dal I secolo d.c. in cui il filosofo Seneca teorizzava l’accettazione della morte come termine naturale della vita affrontando la più grande inquietudine dell’essere umano, diventando di fatto una barriera culturale da cui non riusciamo a liberarci. Ancora oggi siamo incapaci di affrontare un dibattito pubblico sul tema e posizionare la morte al centro di una discussione complessa che parta dall’accettazione della stessa come passaggio ineluttabile della vita umana e che sappia tenere insieme l’autodeterminazione e la scelta, la volontà individuale e la salute collettiva, l’etica e la morale. Non riusciamo a fare una discussione che non rischi di scivolare nel tremendo salotto televisivo di questi giorni, farcito di opinionisti che soppesano, giudicano, condannano scelte dolorose e riservate, e che hanno tutto il diritto di rimanere tali. O una discussione in cui non divampino i furori ideologici di chi si erge a difensore della vita, anche quando si riduce ad un vano simulacro, rigettando l’idea che l’essere umano possa autodeterminarsi e scegliere liberamente del proprio corpo perché esso apparterrebbe unicamente ad una qualche divinità. Non dobbiamo stupirci dunque se siamo l’unico paese dell’Europa occidentale a non avere una legge sul fine vita, se da un decennio si tenta di produrre una legge sul testamento biologico senza che la politica abbia il coraggio e la determinazione di portarla a compimento. Una politica che si è troppo spesso dilaniata tra spiriti rissosi e accanimenti strumentali, incapace di trovare una sintesi e costruire alleanze, o di far cadere il velo. Una richiesta: lasciatemi morire con dignità. È questa la richiesta rimasta inascoltata, costringendo persone a cercare altrove la parola fine ed immolando alla gogna mediatica chi ha combattuto per il diritto all’autodeterminazione. Al grido di questa richiesta dobbiamo dare risposte concrete, riconoscendo al paziente l’ultima parola circa i trattamenti sanitari cui vorrà sottoporsi e garantendo la libertà di scelta a tutti i malati terminali, prevedendo la figura del fiduciario perché le volontà siano vincolanti anche quando il paziente non sarà più cosciente. È questa la battaglia culturale di libertà a cui vogliamo tendere, infrangendo il muro di angosciosa inquietudine, certi che l’autodeterminazione terapeutica rientri appieno tra le grandi libertà individuali, inalienabili per definizione. Chiediamo al parlamento di legiferare e di farlo con coraggio e determinazione, producendo adesso una buona legge sul testamento biologico e mettendo al centro il rigore e la civiltà. E chiediamo alla politica di rigettare con forza le violente passioni che si accenderanno nei prossimi giorni quando la proposta di legge uscita dalla Commissione Affari Sociali verrà incardinata nel dibattito, e che agiteranno le bandiere della disinformazione, dell’ideologia e della guerra di religione pur di mantenere il paese nell’immobilità

 

di Maria Chiara Panesi responsabile nazionale Arci Diritti civili e laicità

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