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ArciReport Politica nazionale

22/03/2017 12:27
di Patrizio Valenti

Una legge sul fine vita, uscendo dalle contrapposizioni ideologiche

Vi è una difficoltà oggettiva a parlare pubblicamente di morte, il mysterium tremendum che reca con sé retaggi antichi e reverenziali timori e divide la morale laica e la morale cattolica, accomunate spesso da un sentimento di angosciosa paura che relega la morte alla dimensione privata ed intimistica, fatta di dolore, silenzio e commozione. Una dimensione rimasta pressochè immutata dal I secolo d.c. in cui il filosofo Seneca teorizzava l’accettazione della morte come termine naturale della vita affrontando la più grande inquietudine dell’essere umano, diventando di fatto una barriera culturale da cui non riusciamo a liberarci. Ancora oggi siamo incapaci di affrontare un dibattito pubblico sul tema e posizionare la morte al centro di una discussione complessa che parta dall’accettazione della stessa come passaggio ineluttabile della vita umana e che sappia tenere insieme l’autodeterminazione e la scelta, la volontà individuale e la salute collettiva, l’etica e la morale. Non riusciamo a fare una discussione che non rischi di scivolare nel tremendo salotto televisivo di questi giorni, farcito di opinionisti che soppesano, giudicano, condannano scelte dolorose e riservate, e che hanno tutto il diritto di rimanere tali. O una discussione in cui non divampino i furori ideologici di chi si erge a difensore della vita, anche quando si riduce ad un vano simulacro, rigettando l’idea che l’essere umano possa autodeterminarsi e scegliere liberamente del proprio corpo perché esso apparterrebbe unicamente ad una qualche divinità. Non dobbiamo stupirci dunque se siamo l’unico paese dell’Europa occidentale a non avere una legge sul fine vita, se da un decennio si tenta di produrre una legge sul testamento biologico senza che la politica abbia il coraggio e la determinazione di portarla a compimento. Una politica che si è troppo spesso dilaniata tra spiriti rissosi e accanimenti strumentali, incapace di trovare una sintesi e costruire alleanze, o di far cadere il velo. Una richiesta: lasciatemi morire con dignità. È questa la richiesta rimasta inascoltata, costringendo persone a cercare altrove la parola fine ed immolando alla gogna mediatica chi ha combattuto per il diritto all’autodeterminazione. Al grido di questa richiesta dobbiamo dare risposte concrete, riconoscendo al paziente l’ultima parola circa i trattamenti sanitari cui vorrà sottoporsi e garantendo la libertà di scelta a tutti i malati terminali, prevedendo la figura del fiduciario perché le volontà siano vincolanti anche quando il paziente non sarà più cosciente. È questa la battaglia culturale di libertà a cui vogliamo tendere, infrangendo il muro di angosciosa inquietudine, certi che l’autodeterminazione terapeutica rientri appieno tra le grandi libertà individuali, inalienabili per definizione. Chiediamo al parlamento di legiferare e di farlo con coraggio e determinazione, producendo adesso una buona legge sul testamento biologico e mettendo al centro il rigore e la civiltà. E chiediamo alla politica di rigettare con forza le violente passioni che si accenderanno nei prossimi giorni quando la proposta di legge uscita dalla Commissione Affari Sociali verrà incardinata nel dibattito, e che agiteranno le bandiere della disinformazione, dell’ideologia e della guerra di religione pur di mantenere il paese nell’immobilità

 

di Maria Chiara Panesi responsabile nazionale Arci Diritti civili e laicità

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Di Ornella Pucci coordinatrice nazionale Arci Politiche di genere

Quest’anno l’8 marzo coincide con i 70 anni della conquista in Italia del voto alle donne. Le recenti immagini dei visi gioiosi delle donne iraniane del primo suffragio al quale hanno partecipato credo ci abbiano ricordato come pratiche per noi scontate e diritti che dovrebbero essere universali, non lo sono affatto in gran parte del mondo. Vale la pena quindi approfittare di questo 8 marzo e viverlo come una occasione gioiosa per parlare dei nostri diritti, ricordando anche che 70 anni sono pochi e che in realtà in Italia il tempo in cui le donne non avevano diritto di voto è un tempo recente, anzi recentissimo. In Italia una donna che ha più di 70 anni è nata senza diritto di voto. È opportuno storicizzare per valorizzare il presente ma soprattutto per porre le condizioni di migliorare il futuro. Il 2 Febbraio 1945 in Italia entrò in vigore il suffragio universale esteso anche alle donne,un anno dopo, il 10 marzo 1946 votarono per la prima volta. A partire dal 1943 le donne assunsero un ruolo importante nella Resistenza italiana e quindi col procedere della liberazione entrava nel dibattito politico la questione del riconoscimento di pari diritti alla donna. Se ne fecero promotori Alcide De Gasperi (DC) e Palmiro Togliatti (PCI), nacque l’UDI (Unione donne Italiane) orientata a sinistra e il CIF (Centro Italiano Femminile) di posizioni cattoliche, entrambe queste associazioni promossero un opuscolo dal titolo Le donne Italiane hanno diritto di voto, scritto da Laura Lombardo Radice. Finalmente il 31 gennaio 1945 con il paese diviso e il nord ancora occupato dai tedeschi, il consiglio dei ministri presieduto da Bonomi emanò il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne italiane, che entrò in vigore il 2/2/1945, mancava però il diritto di essere candidate e quindi l’equiparazione agli uomini. Le donne italiane dovettero aspettare un altro anno perché questo diritto venisse loro riconosciuto. Finalmente lo ottennero con un altro decreto del 10 Marzo 1946 che coincise con le elezioni amministrative, prima chiamata al voto del popolo femminile, nella quale un discreto numero di donne fu eletto nei consigli comunali. Successivamente parteciparono al voto dell’assemblea costituente (2 Giugno 1946) nella quale sedettero le prime parlamentari 9 DC, 9 PCI, 2 PSIUP e una dell’Uomo qualunque. Quindi il suffragio femminile è in Italia una conquista recente se si considera che i primi movimenti nacquero in Francia nel 1700. In Inghilterra dove nacque il movimento delle suffragette si arriva al suffragio femminile nel 1928, ma la prima nel mondo fu la nuova Zelanda nel 1893. Una conquista recente e difficile come difficile è stata la sua implementazione, basti pensare alla presenza delle donne nelle istituzioni, a tutt’oggi dal Quirinale in giù, passando per il Parlamento, i Ministeri, regioni e comuni i ruoli elettivi e di nomina in rosa sono inferiori al 20 %. Come ogni anno la materia da discutere e mettere a fuoco per le lotte future non ci manca. Buon 8 Marzo a tutte e a tutti.